“Il fisioterapista è un compagno di vita che ti rende in grado di fare le cose che vuoi fare nel modo migliore, perché ormai la fisioterapia è diventata, direi, una parte del nostro stare bene, una parte legata alla nostra età, quindi i fisioterapisti sono in grado di tarare le loro competenze sui nostri bisogni, anche anagrafici. Vado oltre, credo che ci sia bisogno di fisioterapisti di prossimità, fisioterapisti di comunità, ne hanno bisogno i giovani, le persone diciamo “middle age”, io ne ho bisogno sempre, e continuo a tendere a cadere, quindi i fisioterapisti, sì perché ho pensato che il mio li viaggino. Mi riguarda e è un compagno di vita da sempre ed è quello che mi ha consentito di avere un equilibrio psicofisico. La caratteristica del fisioterapista di oggi è quello di dover affrontare le sfide del quarta e del quinta età, le sfide di malattie degenerative che si stanno contenendo, ma non curando, le sfide di malattie metaboliche che però sono compatibili con la vita, cioè che ti consentono di essere attivo, di coabitare con la malattia, di normalizzare la malattia, malattie oncologiche che ti consentono di normalizzare la malattia grazie alla fisioterapia. Quindi quello che noi dobbiamo fare con loro, non per loro, è un con, non un per, è creare dei percorsi che consentano loro di essere sartoriali. Sono dei compagni di vita e di viaggio in grado di creare delle terapie e delle cure sartoriali e a differenza del medico, è opportuno che loro ci siano sempre.”
Anna Maria Bernini, ministro dell’Università e della Ricerca
Leggere parole come queste, pronunciate in un contesto istituzionale e dedicate in modo così esplicito alla fisioterapia, colpisce profondamente, non solo per il ruolo di chi le ha pronunciate, ma soprattutto per la lucidità con cui descrivono una realtà che, nella pratica quotidiana, molti di noi riconoscono da tempo. La sensazione è quasi quella di ascoltare una paziente consapevole, una persona che ha attraversato la fisioterapia nel corso della propria vita e ne ha compreso il valore non come intervento episodico, ma come presenza costante, capace di accompagnare i cambiamenti dell’età, del corpo e della salute.
L’idea del fisioterapista come “compagno di vita” non ha nulla di retorico: racconta con precisione ciò che questa professione è già diventata e ciò che, inevitabilmente, sarà sempre di più. Un professionista che non si limita a intervenire nel momento acuto, ma che osserva, ascolta, adatta e ricalibra nel tempo, lavorando con la persona e non semplicemente sulla persona, costruendo percorsi che tengano conto della storia clinica, delle possibilità reali e delle fasi della vita che ciascuno attraversa.
Ed è proprio questo “con, non per” a rappresentare uno dei passaggi più potenti della dichiarazione, perché sposta il baricentro della cura verso una dimensione di alleanza e corresponsabilità che nella fisioterapia esiste già, ma che raramente viene riconosciuta in modo così esplicito.
Allo stesso tempo, però, una visione così chiara e condivisibile apre inevitabilmente una domanda che come fisioterapisti non possiamo eludere: come rendere davvero praticabile tutto questo nella realtà quotidiana? Perché se è vero che il quadro descritto è realistico e necessario, è altrettanto vero che la sua realizzazione richiede scelte concrete, strutturali, e anche la capacità di riconoscere i limiti dell’attuale organizzazione del sistema.
Se il fisioterapista è chiamato a confrontarsi sempre più con la quarta e la quinta età, con le patologie croniche, degenerative, metaboliche e oncologiche, se deve diventare una figura di prossimità e di comunità, presente lungo tutto l’arco della vita, allora non basta condividere la visione: servono competenze avanzate, tempo clinico, risorse adeguate e un riconoscimento reale del ruolo che questa professione è chiamata a svolgere.
La formazione rappresenta sicuramente uno snodo fondamentale. Pensare a una laurea magistrale, o a percorsi magistrali differenziati per ambiti di intervento, non è una questione di titoli, ma di coerenza con una responsabilità clinica che si è ampliata enormemente. Tuttavia, la riflessione non può fermarsi al momento formativo, perché la vera sfida inizia dopo: una volta acquisita questa formazione avanzata, in quali contesti può essere realmente applicata? Con quali strumenti organizzativi, con quali tempi, con quale sostenibilità economica e professionale?
Il rischio, altrimenti, è quello di formare professionisti sempre più preparati e consapevoli, ma inserirli in un sistema che non è ancora strutturato per accogliere e valorizzare pienamente queste competenze. La fisioterapia di prossimità e di comunità, per esempio, non può restare un concetto astratto: ha bisogno di reti territoriali, di integrazione con il sistema sanitario, di dialogo costante con altre figure professionali e di modelli che consentano continuità e non interventi frammentati e discontinui.
C’è poi un tema centrale che riguarda il tempo. Essere davvero “compagni di vita” significa poter seguire, osservare, prevenire, adattare e accompagnare nel lungo periodo, ma tutto questo richiede un tempo clinico e relazionale che oggi spesso non è riconosciuto né tutelato, nonostante sia parte integrante della qualità della cura.
La forza di questa dichiarazione sta nell’aver dato voce, in modo autorevole, a una realtà che molti pazienti e molti fisioterapisti già vivono ogni giorno. Il passaggio successivo, forse il più complesso ma anche il più necessario, è trasformare questa visione in scelte operative, in sperimentazioni concrete, in modelli che rendano possibile ciò che oggi appare evidente sul piano teorico.
Perché se il fisioterapista è davvero un compagno di vita e di viaggio, allora questa funzione non può essere lasciata alla buona volontà del singolo professionista, ma deve essere sostenuta da un sistema capace di renderla possibile. E se questa consapevolezza è arrivata anche a livello istituzionale, la responsabilità condivisa non può che essere quella di costruire le condizioni affinché queste parole diventino pratica quotidiana e non restino soltanto una dichiarazione, per quanto bella e profondamente vera.
